domenica 11 dicembre 2011

Krishnamurti: Paura


Sapete che vi ho parlato della paura; ed è molto importante che noi si sia consci e consapevoli della paura. Sapete come nasce? In tutto il mondo vediamo che la gente è deformata dalla paura; le loro idee, i loro sentimenti, le loro attività ne vengono distorte. Perciò dovremmo approfondire il problema della paura studiandolo da ogni possibile an­golazione, non soltanto dal punto di vista morale ed economico della società, ma anche dal punto di vista delle nostre lotte psicologiche inte­riori.
Come ho detto, la paura di perdere la sicurezza esterna ed interna deforma la mente e svia il nostro pensiero. Spero che voi abbiate riflet­tuto un po’ su di questo, perché quanta più chiarezza raggiungerete nel considerare questo punto e nel scoprirne la verità, tanto più liberi sarete da ogni forma di dipendenza. Gli adulti non hanno prodotto una società meravigliosa: genitori, ministri, insegnanti, governatori, preti non hanno creato un gran bel mondo. Al contrario hanno creato un mondo orri­bile, brutale, in cui ognuno lotta contro qualcun altro, in cui gruppi, classi nazionali si schierano l’una contro l’altra, ideologie o complessi di credenze contro altre ideologie e credenze. Quello in cui crescete è un brutto mondo, un mondo di dolore dove gli adulti cercano di soffocarvi con le loro idee, le loro credenze, la loro bruttura; e se voi non dovete fare altro che imitare il modello degli adulti che hanno prodotto questa mostruosa società, che scopo può avere ricevere un’educazione, qual è addirittura lo scopo di vivere?
Se guardate intorno a voi vedrete che in tutte le parti del mondo c’è spaventosa distruzione e umana sofferenza. Forse avrete letto qualcosa sulle guerre della storia, ma non ne conoscete la realtà viva, come vengono completamente distrutte delle città, come la bomba a idrogeno cadendo su di un’isola la fa scomparire tutta quanta, come le navi bombardate vanno per aria in pezzi. Al cosiddetto progresso si devono terrificanti distruzioni ed è in questo mondo che voi crescete. Magari mentre siete ancor giovani i vostri giorni saranno lieti, felici; ma quando vi farete adulti se non sarete molto vigili, attenti ai vostri pensieri e ai vostri sentimenti, perpetuerete questo mondo di lotte, di spietata ambi­zione, un mondo nel quale ognuno gareggia coi suoi simili, nel quale c’è sofferenza, morte per fame, sovrappopolazione, malattie.
Perciò non è forse di grande importanza che mentre ancora siete giovani siate aiutati dal giusto tipo di insegnante a riflettere su tutte queste cose, e che non vi si insegni soltanto a superare dei noiosi esami? La vita è dolore, morte, amore, odio, crudeltà, malattia, fame e su questo voi dovete cominciare a riflettere. Ecco perché io sento che è bene che voi ed io esaminiamo insieme questi problemi, in modo che la vostra intelligenza si risvegli e voi cominciate a sensibilizzarvi a questi fatti. Se ci riusciremo non accadrà che da adulti vi limiterete ad accettare un matrimonio già combinato, non vi contenterete di essere un impiegato incapace di pensare in qualche ufficio o una macchina per figliare perdendovi in questo brutto genere di vita come acqua in un terreno sabbioso.
Una delle cause dell’ambizione è la paura. E voi non siete tutti ambiziosi? Qual è la vostra ambizione? Superare qualche esame? Di­ventare governatore? Oppure, se siete giovanissimi, volete semplicemente fare il macchinista e guidare locomotive attraversando ponti. Ma perché siete ambiziosi? Cosa significa la vostra ambizione? Ci avete mai pensato? Avete osservato gli adulti come sono ambiziosi? Nella vostra stessa famiglia non avete mai sentito vostro padre o vostro zio parlare della possibilità di ottenere uno stipendio più alto o di occupare una posizione di maggior prestigio? Nella nostra società – ed io vi ho esposto com’è la nostra società – tutti agiscono in questa maniera, tutti vogliono stare sulla cima. Tutti vogliono diventare qual­cuno. L’impiegato vuol diventare direttore, il direttore vuole diventare qualcosa di più importante e via dicendo, una continua lotta per avan­zare. Se sono un insegnante voglio essere preside; se sono preside voglio diventare direttore della scuola. Se siete brutti volete essere bellissimi. Oppure volete possedere più denaro, più sari, più abiti, più mobili, più case, più beni, sempre di più, sempre di più. E non soltanto nel rapporto con l’esterno, ma dentro di voi, nel senso cosiddetto spirituale volete diventare qualcuno, anche se nascondete quest’ambizione dietro molte parole. Lo avete osservato? E pensate che sia giustissimo, no? Pensate che sia perfettamente normale, comprensibile, ben fatto.
Ora, che cosa ha prodotto nel mondo l’ambizione? Ben pochi fra noi hanno mai riflettuto su questo. Quando vedete un uomo che lotta per guadagnare, per avanzare, per superare qualcun altro, vi siete mai chiesti che cosa c’è nel suo cuore? Se guarderete dentro il vostro cuore nel momento dell’ambizione mentre lottate per diventare qualcuno, sia nel campo spirituale che in quello materiale, vi troverete il tarlo della paura. L’ambizioso è il più spaventato degli uomini perché ha paura di restare quello che è. Egli dice: “Se resto quel che sono non sarò nes­suno, perciò devo diventare qualcuno, devo essere magistrato, giudice, ministro”.
Se esaminate molto attentamente questo processo, se guardate dietro il paravento delle parole e delle idee, dietro il muro dell’im­portanza sociale e del successo vi troverete paura; perché l’ambizioso teme di essere quello che è. Pensa che in realtà egli è un essere insi­gnificante, povero, brutto; si sente solitario, completamente vuoto, e perciò dice: “Devo farmi avanti e combinare qualcosa”. Quindi o insegue quel ch’egli chiama Dio, e quest’altra non è che una diversa forma di ambizione, oppure si sforza di diventare qualcuno nel mondo; così nasconde e ricopre la solitudine e il senso di vuoto interiore, cose delle quali egli si spaventa davvero e dalle quali rifugge; l’ambizione diventa per lui il mezzo che gli occorre per fuggirle.
Che avviene dunque oggi nel mondo? Tutti combattono contro qualcuno. Ogni uomo si sente inferiore a un altro e s’affanna a raggiun­gere la cima. Non c’è amore, non c’è riguardo, non c’è pensiero profondo. La nostra società non è che una continua lotta dell’uomo contro l’uomo. Questa lotta nasce dall’ambizione di diventare qualcuno, e gli adulti vi incoraggiano ad essere ambiziosi. Vogliono che contiate per qualcosa, che sposiate un uomo o una donna ricca, che abbiate amici influenti. Spaventati e deformi nel cuore, cercano di rendervi simili ad essi. E voi a vostra volta volete essere come loro perché vedete di tutto soltanto lo splendore apparente. Quando arriva il governatore tutti lo accolgono inchinandosi fino a terra, lo inghirlandano, pronunziano discorsi in suo onore. A questo lui tiene moltissimo ed anche voi ci tenete. Vi sentite onorati se ne conoscete lo zio o il segretario e vi crogiolate nell’alone luminoso della sua ambizione, dei suoi successi. Così vi fate irretire nella laida ragnatela della generazione che vi ha preceduto, rimanete nel tessuto della loro mostruosa società. Solo se siete molto vigili, se la vostra attenzione è costante, solo se non vi spaventate e non accettate passivamente, ma ponete sempre in dubbio tutto, solo così eviterete di restare prigionieri e potrete progredire creando un mondo diverso.
Ecco perché è importantissimo che voi troviate la vostra vera vocazione. Sapete cosa vuol dire “vocazione”? È fare ciò che amate fare e che vi è congeniale. Dopotutto è questo il compito dell’educazione, aiutarvi a crescere indipendenti perché siate liberi dall’ambizione e possiate trovare la vostra vera vocazione. Chi è ambizioso vuol dire che non ha trovato la sua vera vocazione, altrimenti non lo sarebbe.
È dunque responsabilità degli insegnanti e del preside aiutarvi ad essere intelligenti, senza paura, perché possiate trovare la vostra vera vocazione, il genere di vita che fa per voi, capire in che maniera realmente volete vivere e guadagnarvi il pane. Questo implica una rivolu­zione nel pensiero perché nell’attuale società si pensa che chi sa parlare bene, chi sa scrivere, chi sa governare, chi possiede una grossa automo­bile, si trovi in una posizione ottima; chi zappa l’orto, chi cucina, chi costruisce case viene disprezzato. Siete consapevoli dei vostri sentimenti quando osservate il muratore, lo stradino, l’autista del tassì, il carrettiere? Avete mai notato che lo considerate con totale disprezzo? A malapena vi accorgete che esiste. Non avete per lui alcun riguardo. Quando una persona invece detiene un qualsiasi titolo, si tratti di un banchiere, di un commerciante, di un guru o di un ministro, subito lo rispettate. Se trovate realmente la vostra vera vocazione contribuirete a demolire completamente l’attuale marcio sistema; allora infatti, che siate coltivatore, pittore o ingegnere, farete un lavoro che amate con tutto il vostro essere e questo non è ambizione. Fare qualcosa veramente bene, farlo appieno, genuinamente, in accordo con ciò che si pensa e si sente nel profondo di se stessi, ebbene questo non è ambizione e non si accompagna mai a paura.
È molto difficile aiutarvi a trovare la vostra vera vocazione, perché vuol dire che l’insegnante dovrà prestare una grandissima attenzione a ciascun allievo per scoprire di che cosa egli sia capace. Egli dovrà aiutarvi a non essere spaventati, a riesaminare ogni cosa, a investigare. Potreste essere potenzialmente uno scrittore, un poeta, un pittore. Qualunque cosa sia, se voi realmente amate farla, non sarete per questo ambizioso; nell’amore infatti non c’è ambizione.
Non è forse dunque importantissimo che mentre siete ancora gio­vani vi si aiuti a risvegliare in voi stessi l’intelligenza che vi serve per scoprire la vostra vera vocazione? Allora per tutta la vita amerete ciò che farete, e questo significa che non verrà fuori l’ambizione, la compe­tizione, la lotta contro altri per il conseguimento di posizione sociale e prestigio; e forse allora sarete capaci di creare un mondo nuovo. In quel mondo tutte le cose laide della vecchia generazione cesseranno di esistere: le loro guerre, i torti che essa perpetra, gli dei separati, i riti religiosi vuoti di qualsiasi significato, i governi assolutistici, la violenza. Ecco perché la responsabilità che grava su insegnanti e studenti è molto pesante.

venerdì 9 dicembre 2011

AMORE



La pretesa di esser al sicuro nel rapporto genera inevitabilmente dolore e paura. Questa richiesta di sicurezza non fa altro che favorire l'insicurezza. Avete mai trovato sicurezza in qualcuno dei vostri rapporti? Sì? Molti di noi vogliono la sicurezza di amare e di essere amati, ma c'è amore quando qualcuno di noi ricerca la propria sicurezza, la propria strada? Non siamo amati poiché non sappiamo come amare.
Cos'è l'amore? La parola è talmente falsata e contaminata che non mi va granché di usarla.
Tutti parlano di amore ogni rivista e ogni giornale, ogni missionario parla incessantemente di amore. Amo il mio paese, il mio re, qualche libro, quella montagna, il piacere, mia moglie, Dio.
L'amore è una idea? Se lo è può essere coltivata, nutrita, accarezzata, comandata a bacchetta,alterata come volete. Quando dite di amare Dio, cosa significa? Significa che amate una proiezione della vostra immagine, una proiezione di voi stessi sotto certe spoglie di rispettabilità secondo quello che credete sia nobile e santo; perciò dire, "Amo Dio", non ha assolutamente alcun senso. Quando adorate Dio, adorate voi stessi e questo non e amore.
Dal momento che non siamo capaci di risolvere questa faccenda tipicamente umana chiamata amore andiamo a rifugiarci nelle astrazioni. L'amore può essere l'ultima soluzione a tutte le difficoltà, i problemi e le pene dell'uomo, dunque come faremo a scoprire cos'è l'amore?
Limitandoci a definirlo? La chiesa lo ha definito in un modo, la società in un altro, e c'è una gran quantità di deviazioni e di interpretazioni sbagliate. Adorare qualcuno, dormirci insieme, lo scambio emotivo, l'amicizia è questo quello che intendiamo per amore? Questa è stata la norma, il modello, ed è diventata una cosa così estremamente personale, riferita ai sensi e limitata che le religioni hanno dichiarato che l'amore è qualcosa di molto più grande. In quello che esse chiamano amore umano vedono piacere, competizione, gelosia, desiderio di possedere, di tenete stretto, di controllare e di interferire nel pensiero di un altro, e conoscendo la complessità di tutto ciò affermano che deve esserci un altro tipo di amore, divino, bellissimo, intatto, non corrotto.
In tutto il mondo, i cosiddetti santoni hanno sostenuto che guardare una donna è qualcosa di sbagliato. Affermano che non ci si può avvicinare a Dio se si indulge al sesso, e quindi lo allontanano per non esserne divorati. Ma negando la sessualità oscurano i loro occhi e tagliano via le loro lingue poiché negano l'intera bellezza della terra. Hanno gelato i loro corpi e le loro menti; hanno disidratato l'essere umano; hanno bandito la bellezza poiché la bellezza è associata alla donna.
L'amore può essere diviso in sacro e profano, umano e divino, o c'è solamente amore?
L'amore appartiene a uno e non a molti? Se dico, "Ti amo", esclude forse ciò l'amore dell'altro?
L'amore è personale o impersonale? Morale o immorale? È qualcosa di intimo o no? Se amate l'umanità potete amare il particolare? L'amore è un sentimento? È una emozione? È piacere e desiderio? Tutte queste domande indicano, non è vero?, che abbiamo delle idee sull'amore, idee su ciò che dovrebbe e non dovrebbe essere; un modello o un codice maturato nella cultura in cui viviamo.
Così per approfondire la questione di cosa sia l'amore dobbiamo come prima cosa liberarci dalle incrostazioni dei secoli, mettere da parte tutti gli ideali e le ideologie su ciò che dovrebbero non dovrebbe essere. Dividere qualsiasi cosa in quello che dovrebbe essere e in ciò che è, è il modo più ingannevole di vivere.
Dunque, come farò a scoprire cos'è questa fiamma che chiamiamo amore non per esprimerlo a qualcuno altro ma per sapere cosa esso sia in se stesso? Come prima cosa devo respingere quello che la chiesa, la società, i miei genitori e amici, quello che ogni persona e ogni libro ha detto su di esso, perché voglio scoprire da solo cosa è. Ecco un problema immenso che coinvolge l'intera umanità, ci sono stati migliaia di modi per definirlo ed io stesso sono intrappolato in alcuni modelli o in altri secondo quello che mi piace o che mi fa godere in un determinato momento dunque potrei io, per poter comprendere cosa sia l'amore, liberarmi come prima cosa dalle mie inclinazioni e pregiudizi? Sono confuso, dilaniato dai miei desideri, così mi dico, "Come prima cosa cerchiamo di chiarire tutta questa confusione". Forse si può
scoprire cosa sia l'amore partendo da quello che non è.
Il governo dice: "Va' e uccidi per amore del tuo paese". È amore questo? La religione dice:
"Dimentica il sesso per amore di Dio". È amore questo? L'amore è desiderio? Non dite di no.
Per la maggior parte di noi lo è desiderio e piacere, il piacere che è derivato dai sensi, dalla attrazione sessuale e dalla soddisfazione. Non sono contrario al sesso, ma cercate di vedere cosa in esso sia implicato. Quello che il sesso vi dà momentaneamente è il totale abbandono di voi stessi, poi finite per ritornare alla vostra confusione, e così volete ripetere e ripetere quello stato in cui non c'è preoccupazione, problema, io. Dite di amare vostra moglie. In quell'amore è implicato il piacere sessuale, il piacere di avere qualcuno in casa che badi ai vostri bambini, che cucini. Voi dipendete da essa; vi ha dato il suo corpo, le sue emozioni, il suo incoraggiamento, una certa sensazione di sicurezza e di benessere. A un certo punto se ne va, si stanca o se ne va con qualcun altro, e tutto il vostro equilibrio emotivo è distrutto, e questo turbamento, che a voi
è sgradito, è detto gelosia. C'è sofferenza in esso, ansietà, odio e violenza. Così quello che in realtà dite è: "Fino a che tu mi appartieni io ti amo ma nel momento in cui non mi appartieni più comincio a odiarti. Fino a che posso fare affidamento su di te per soddisfare le mie necessità, sessuali o altro, ti amo, ma nel momento in cui non mi soddisfi più smetto di amarti".
C'è dunque un antagonismo, una separazione, e quando vi sentite separati da un altro non c' è amore. Ma se potete vivere con vostra moglie senza che il pensiero crei tutte queste situazioni contraddittorie, tutti questi problemi senza fine dentro di voi allora forse forse comprenderete cosa è l'amore. Allora siete completamente libero e altrettanto lo è lei, mentre se dipendete da lei per tutti i vostri piaceri siete suo schiavo. Perciò quando si ama bisogna essere liberi, non solo dall'altra persona ma anche da se stessi.
L'appartenere a un altro, l'essere psicologicamente nutrito da un altro, dipendere da un altro in tutto ciò deve esserci sempre ansietà, paura, gelosia, colpa, e finché c'è paura non c'è amore; una mente oppressa dal dolore non saprà mai cos'è l'amore; il sentimentalismo e l'emotività non hanno assolutamente niente a che fare con l'amore. E così l'amore non ha niente a che fare col piacere e il desiderio.
L'amore non è un prodotto del pensiero che è il passato. Il pensiero non può assolutamente coltivare l'amore. L'amore non è limitato o intrappolato dalla gelosia poiché la gelosia appartiene al passato. L'amore è sempre attivo presente. Non è "Amerò" oppure "Ho amato". Se conoscete l'amore non seguirete nessuno, l'amore non obbedisce. Quando amate non c'è rispetto né irriverenza.
Non sapete cosa realmente vuol dire amare qualcuno amare senza odio, senza gelosia, senza rabbia, senza volere interferire con quello che l'altro fa o pensa, senza condannare, senza far paragoni non sapete cosa vuol dire? Dove c'è amore c'è paragone? Quando amate qualcuno con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto il corpo, con tutto il vostro essere c'è paragone?
Quando vi abbandonate completamente a quell'amore allora non c'è l'altro.
Forse che l'amore ha delle responsabilità e dei doveri, e ne fa uso? Quando fate qualcosa al di fuori del dovere, c'è amore? Nel dovere non c'è amore. La struttura del dovere in cui l'essere umano è intrappolato lo va distruggendo. Finché sarete costretti a fare qualcosa perché è vostro dovere non amerete quello che fate. Quando c'è amore non c'è dovere o responsabilità.
Molti genitori, sfortunatamente, credono di essere responsabili dei loro figli e il loro senso di responsabilità si esplica nel dire loro cosa devono fare e cosa non devono fare, cosa devono diventare e cosa non devono diventare. I genitori vogliono che i loro figli abbiano una sicura posizione nella società. Quello che chiamano responsabilità fa parte di quella rispettabilità che adorano; e mi sembra che dove c e rispettabilità non ci sia ordine; essi si curano solo di diventare dei perfetti borghesi. Quando preparano i bambini a introdursi nella società non fanno altro che protrarre la guerra, il conflitto, e la brutalità. E chiamate ciò cura e amore?
In realtà prendersi cura di qualcosa vuol dire prendersi cura come se lo steste facendo per un albero o una pianta, annaffiandola, studiando i suoi bisogni, il miglior suolo, curandola con attenzione e tenerezza; ma quando preparate i vostri bambini a introdursi nella società li state preparando a essere uccisi. Se amaste i vostri bambini non ci sarebbe guerra.
Quando perdete qualcuno che amate piangete queste lacrime sono per voi stessi o per colui che è morto? piangete per voi o per un altro? avete mai pianto per un altro? Avete mai pianto per vostro figlio che è stato ucciso in un campo di battaglia? Avete pianto, ma quelle lacrime sono sgorgate per autocommiserazione o avete pianto perché un essere umano è stato ucciso? Se piangete per autocommiserazione le vostre lacrime non hanno valore poiché sono versate per voi stessi. Se piangete perché siete stato privato di qualcuno per il quale avete provato un grande affetto, non era un vero affetto. Quando piangete per vostro fratello che muore piangete per lui. È molto facile piangere per voi stessi perché lui se ne è andato. In apparenza piangete perché il vostro cuore è rimasto ferito, ma non è rimasto ferito per lui, è ferita dall'autocommiserazione, ed essa vi rende duri, vi circonda, vi rende ottusi e stupidi.
Quando piangete per voi stessi, è amore? piangete perché siete soli, perché siete stati abbandonati, perché non avete più forza dolendovi del vostro destino, della vostra condizione, sempre voi in lacrime? Se lo comprendete, cioè venite in contatto con esso altrettanto direttamente come se toccaste un albero, o un pilastro o una mano, allora vi renderete conto che il dolore è creato da noi stessi, il dolore è creato dal pensiero, il dolore è la conseguenza del tempo. Tre anni fa avevo mio fratello, ora è morto, ora sono solo, soffro, non c'è nessuno a cui io possa guardare per averne conforto o compagnia e questo mi fa piangere.
Se ci fate caso potete vedere che tutto ciò accade dentro di voi. Potete vederlo con pienezza, completamente, in uno sguardo, senza sprecare tempo a farci su delle analisi. Potete vedere in un momento l'intera struttura e natura di questa piccola cosa senza valore chiamata "io", le mie lacrime, la mia famiglia, la mia nazione, la mia fede, la mia religione tutte queste brutture sono dentro di voi. Quando ve ne renderete conto con il cuore, non con la mente,quando ve ne renderete conto dal più profondo del cuore, allora avrete la chiave che potrà mettere fine al dolore.
Il dolore e l'amore non possono procedere a fianco, ma nel mondo cristiano la sofferenza è stata idealizzata, posta su una croce e adorata, e ciò implica che voi non potrete mai sfuggire il dolore tranne che per quella particolare porta, ed è questa tutta la struttura di una società religiosa sfruttatrice.
Così quando chiedete cos'è l'amore, potreste essere troppo spaventati per vedere la risposta.
Essa potrebbe significare un cambiamento radicale; potrebbe frantumare la famiglia; potreste scoprire di non amare vostra moglie o vostro marito o i vostri bambini? potreste dover distruggere la casa che avete costruito, potreste non tornare più al tempio.
Ma se volete ancora scoprirlo, vedrete che la paura non è amore, che dipendere non è amore, la gelosia non è amore, la possessività e il desiderio di dominare non sono amore, la responsabilità e il dovere non sono amore, l'autocommiserazione non è amore, l'angoscia di non essere amato non è amore, amore non è l'opposto di odio più di quanto umiltà non sia l'opposto di vanità. Così se potete eliminare tutto ciò senza sforzo, lavando via come la pioggia lava la polvere che si è accumulata nei giorni su una foglia, allora forse giungerete a quello strano fiore che l'uomo sempre tanto brama.
Se non avete amore non solo un poco ma in gran quantità se non ne siete ricchi il mondo giungerà al disastro. Sapete a livello intellettuale che l'unità del genere umano è essenziale e che l'amore è l'unico mezzo per ottenerla, ma chi vi insegnerà ad amare? Ci sarà forse qualche autorità, qualche metodo o sistema che vi dica come si ama; se qualcuno ve lo può dire, allora non è amore. Potete dire, "Praticherò l'amore. Ogni giorno mi siederò e ci penserò. Mi sforzerò di essere dolce e gentile e di prestare attenzione agli altri? Intendete dire di potervi costringere ad amare, ad esercitare la volontà di amare? Quando esercitate una disciplina e la volontà di amare, l'amore se ne scappa dalla finestra. Praticando un metodo o un sistema per amare potete diventare estremamente abili o più gentili o giungere ad uno stato di non violenza, ma questo non ha assolutamente niente a che fare con l'amore.
In questo mondo lacerato e arido non c'è amore perché il piacere e il desiderio giocano i ruoli più importanti, e quindi senza amore la vostra vita quotidiana non ha valore.  E non potete avere amore se non c'è bellezza.



Krishnamurti: Ricerca del Piacere - Desiderio - Perversione del Pensiero - Memoria e Gioia

Nell'ultimo capitolo abbiamo detto che la gioia è qualcosa di completamente diverso dal
piacere, vediamo dunque di scoprire che cosa implica il piacere e se è possibile vivere in un
mondo in cui non ci sia affatto piacere ma solo uno straordinario senso di gioia, di perfetta
felicità.
Siamo tutti impegnati nella ricerca del piacere sotto ogni aspetto ­ piacere intellettuale, dei
sensi o culturale, il piacere di fare riforme, di dire agli altri cosa fare, di curare i mali della
società, di fare del bene ­ il piacere di una maggiore conoscenza, di un più grande appagamento
fisico, di una maggiore esperienza, di una maggiore comprensione della vita, dell'intelligenza e
dell'abilità della mente ­ e il piacere estremo è, naturalmente, avere Dio.
Il piacere è la struttura della società. Dall'infanzia fino alla morte andiamo segretamente
con astuzia o anche apertamente inseguendo il piacere. Perciò qualsiasi sia il nostro tipo di
piacere, credo che dovremo essere molto chiari a proposito poiché esso guiderà e modellerà le
nostre vite. È perciò importante per ciascuno di noi studiare attentamente, con titubanza e
delicatezza questa faccenda del piacere, poiché raggiungere il piacere, e quindi nutrirlo e
mantenerlo è una necessità fondamentale della vita e senza di esso l'esistenza diventa ottusa,
stupida, solitaria e priva di significato.
Potreste allora chiedere perché la vita non dovrebbe essere guidata dal piacere. Per la
semplicissima ragione che il piacere deve portare con sé dolore, frustrazione, sofferenza e
paura, e, come conseguenza della paura, la violenza. Se volete vivere a questo modo, vivete a
questo modo. La maggior parte del mondo, comunque, lo fa; ma se volete essere liberi dalla
sofferenza dovete comprendere l'intera struttura del piacere.
Comprendere il piacere non vuol dire negarlo. Non lo stiamo condannando né stiamo
dicendo che è giusto o sbagliato, ma se lo ricerchiamo, facciamolo con gli occhi aperti, sapendo
che una mente che cerca sempre il piacere deve inevitabilmente trovare anche la sua ombra, il
dolore. Non possono essere separati, sebbene noi si corra dietro al piacere tentando di evitare il
dolore.
Ora, perché la mente cerca sempre il piacere? Qual è il motivo per cui facciamo cose nobili
e turpi sotto la segreta influenza del piacere? Perché ci sacrifichiamo e soffriamo sul sottile filo
del piacere? Cos'è il piacere e come nasce? Mi chiedo se qualcuno di voi si è posto queste
domande ed ha seguito le risposte proprio sino alla fine.
Il piacere nasce attraverso quattro stadi       percezione, sensazione, contatto e desiderio.
Vedo una bellissima macchina, e allora provo una sensazione, una reazione per averla vista;
quindi la tocco o immagino di toccarla, e sorge così il desiderio di possederla e di farmici
vedere sopra. Oppure vedo una bella nuvola, o una montagna che si delinea netta contro il cielo,
o una foglia appena nata in primavera, o una profonda valle ricca di incanto e di splendore, o
uno splendido tramonto, oppure un bel viso, intelligente, sveglio, ma non conscio di se stesso e
quindi non più bello. Guardo tutto ciò con intensa gioia e per il modo con cui osservo non esiste
osservatore ma solamente vera e propria bellezza come amore. Per un momento tutti i miei
problemi, ansietà e miserie sono assenti ­ esiste solamente quella cosa meravigliosa. Posso
guardarla con gioia e il momento dopo dimenticarla, oppure interviene la mente, e allora ha
inizio il problema; la mia mente continua a pensare a quello che ha visto e alla sua bellezza; mi
dico che mi piacerebbe rivederla ancora molte volte. Il pensiero comincia a far paragoni, a
giudicare e a dire, "voglio averla di nuovo domani". Il pro trarsi di una esperienza che per un
solo secondo ha prodotto gioia è sostenuto dal pensiero.
La stessa cosa succede per il desiderio sessuale o per qualsiasi altra forma di desiderio. Non c'è niente di sbagliato nel desiderio. Reagire è perfettamente normale. Se mi pungete con
una spilla io reagirò a meno che non sia paralizzato. Ma a tal punto interviene il Pensiero che
continua a ripensare alla gioia e la trasforma in piacere. Il pensiero vuole ripetere l'esperienza, e
tante più volte la ripetete, tanto più essa diventa meccanica; più ci pensate, più il pensiero dà
forza al piacere. Così il pensiero crea e sostiene il piacere per mezzo del desiderio, e gli dà
continuità, e la naturale reazione di desiderio ad ogni cosa bella è corrotta dal pensiero. Il
pensiero la trasforma in un ricordo e il ricordo è nutrito dal continuo pensarci.
Naturalmente a un certo livello il ricordo ha un posto. Nella vita di tutti i giorni non
potremmo assolutamente andare avanti senza di esso. Nel suo campo deve essere efficiente ma
c'è uno stato della mente in cui ha pochissimo spazio. Una mente che non sia paralizzata dal
ricordo gode di una vera libertà.
Avete mai notato che quando reagite a qualcosa in modo totale, con tutto il vostro cuore, il
ricordo compare pochissimo? E solamente quando non reagite a una provocazione con tutto il
vostro essere che compare il conflitto, la lotta, e questo genera confusione, e piacere o dolore. E
la lotta dà origine al ricordo. Per tutto il tempo quel ricordo viene accresciuto da altri ricordi e
sono essi che reagiscono. Qualsiasi cosa che sia risultato del ricordo è vecchia e quindi mai
libera. Non esiste niente di simile alla libertà del pensiero. È pura assurdità.
Il pensiero non è mai nuovo, poiché il pensiero è la risposta del ricordo, dell'esperienza,
della conoscenza. Poiché è vecchio, il pensiero rende vecchio quello che avete guardato con
gioia e percepito in modo straordinario per un momento. Derivate il piacere da ciò che è
vecchio mai da ciò che è nuovo. Nel nuovo non c'è tempo.
Se potrete dunque guardare qualsiasi cosa senza lasciare che il pensiero si Insinui ­ se
potrete guardare un viso, un uccello, il colore di un san, la bellezza di uno specchio d'acqua
scintillante al sole, o qualsiasi cosa che vi procuri gioia ­ se potrete guardare senza poi volere
che l'esperienza si ripeta, allora non ci sarà dolore, paura, ma piuttosto una straordinaria gioia.
È la lotta per ripetere e protrarre il piacere che si trasforma in sofferenza. Guardatelo in voi
stessi. Proprio il volere che il piacere si ripeta genera dolore, poiché esso non è lo stesso di ieri.
Lottate per raggiungere la stessa gioia, non solo per il vostro senso estetico ma per la stessa
intima qualità della mente, e siete urtati e dispiaciuti perché vi è negato.
Avete osservato cosa vi accade quando vi viene negato un piccolo piacere? Quando non
ottenere quello che volete diventare ansiosi, invidiosi, pieni di odio. Avete mai notato quando vi
viene negato il piacere di bere o di fumare o del sesso o di qualsiasi cosa ­ avete notato che
battaglie dovete fare? E tutto ciò è una forma di paura, non è vero? Avete paura di non ottenere
quello che volete o di perdere quello che avete. Quando qualche particolare fede o ideologia in
cui avete creduto per anni è scossa o vi viene strappata via dalla logica o dalla vita, non avete
paura di restare soli? Quella fede vi ha dato per anni soddisfazione e piacere, e quando vi vien
portata via vi lascia in difficoltà, vuoti, e la paura rimane finché non trovate un'altra forma di
piacere, un'altra fede.
Mi sembra talmente semplice, e proprio perché è talmente semplice ci rifiutiamo di
vederne la semplicità. Ci piace complicare le cose. Quando vostra moglie si allontana, non siete
gelosi? Non siete arrabbiati? Non odiate l'uomo che l'ha attratta? E che cos'è tutto ciò se non
paura di perdere qualcosa che vi ha dato molto piacere, compagnia, un certo senso di sicurezza
e la soddisfazione di possedere?
Se dunque capite che dove c'è una ricerca del piacere deve esserci anche dolore, vivete nel
modo che volete, ma non andate proprio a cacciarvici. Se tuttavia volete por fine al piacere,
dovete essere totalmente attenti, è questo il modo per por fine al piacere, all'intera struttura del
piacere ­ non tagliarlo fuori come fanno i monaci o i sannyasi, senza mai guardare una donna
perché credono che sia peccato e che quindi distrugga la vitalità della loro comprensione ­ ma
vedendone l'intero significato e importanza. Allora proverete una straordinaria gioia nella vita.
Non potete pensare alla gioia. La gioia è qualcosa di immediato e, pensandoci, la trasformate in piacere. Vivere nel presente è la percezione istantanea della bellezza e la grande gioia che ne
deriva senza richiederne piacere.

martedì 6 dicembre 2011

Seduta Quattro Parte III. "Lavoro di Liberazione", Viaggio Animico, Coscienza Universi, Entità, N.W.O, Equilibrare Super Spirito

 LO STUDIO E " LAVORO DI LIBERAZIONE "

Cosa mi dici di questo lavoro di liberazione che si sta facendo adesso?
-Che liberazione?

Quello che stanno portando avanti i ricercatori in Italia e in America, funziona un po'?
- Non c'è niente.

Cosa non c'è niente?
- Sono tutti senza parte animica. ( Cioè inconsapevoli di essa ).

Tutti quelli che fanno questa cosa?
- Non vedono il mondo, vedono la roccia e basta. Uguale alla materia. 

Il lavoro che è stato fatto anche qui in Italia, come da M. e tutta la sua squadra, è servito a qualcosa?
- Serve a guardare negli altri piani. Le persone sono delle porte per andare a curiosare negli altri piani. Loro usano  le persone. ( ma..)

( MI PERMETTO DI RIPETERE, COME C'è SCRITTO NELLA PAGINA " Premessa sulle Sedute ecc. " CHE QUELLO CHE ESCE DA QUESTE SEDUTE, NON HA LA PRETESA DI VERITà  o ALTRO, è semplicemente  la visione di una Anima, in quel momento, usato quelle tecniche, punto . Anche se questa seduta è di Luglio e alcuni fatti e parole come: " Ahimè, ora devo guardare dentro di me, ahimè..." non erano ancora state pronunciate da M. assieme ad  altri fatti, che non elenco certo qui,  che potrebbero e ripeto potrebbero, supportare le parole del Soggetto, ma non  è mio interesse giudicare ciò . Semplicemente è quello che "esce" come detto prima dal Soggetto. Lo pubblico, in quanto,  NON RITENGO GIUSTO NEPPURE, "CENSURARE" O TAGLIARE, come non ho cancellato la parte che riguarda me, sul Super Spirito e possibili squilibri, che segue, in quanto le trascrizioni "taglia e incolla" che fanno molti, a mio avviso, rischiano di forviare i significati. Una cosa o essere ha senso nella sua integrità, non è semplicemente la somma delle parti, che in questo caso, non ci sarebbero neppure, in quanto alcune verrebbero appunto tagliate! )

Le stanno usando?
- Sì, sì, perché non puoi liberare qualcuno che vede solo la materia. ( I soggetti ) Continuano a sovrapporre immagini e basta, i più raccontano storie, raccontano quello che vedono oltre la porta, ma non si liberano, alla fine. La maggior parte di loro non vuole liberarsi, perché hanno interiorizzato, credono che siano parti di loro ( le entità negative che li parassitano ), che vengono attaccate, non lo trovano giusto e le raccolgono ( proteggono ).

Quindi M. e i suoi collaboratori stanno spiando?
- Non lo sanno, cosa stanno facendo.

Non lo sanno, però stanno spiando per delle altre parti. Li usano come marionette per spiare i piani nelle altre parti?
- Sì. Come chi sta dietro il piano, usa noi per prendere l'energia, chi sta davanti a questo piano, usa noi per guardare dietro. Si spiano a vicenda attraverso delle porte che siamo noi.

Quindi questa cosa non ha neanche senso che vada avanti. Serve solo per continuare il gioco, come al solito.
- In astrale c'è un mare in burrasca, il vento soffia forte e quindi Anima non sa stare di qua e di là.

FUTURO E PASSATO DELL’ANIMA

Come mai tu, ti stai a liberando?
- Perché ho sempre avuto qualcuno della strada bianca che mi viene a trovare ogni tanto e mi ricorda di non cadere qui. Di non vivere qui. Mi dice che ormai vivere qui non ha più senso, che quello che faccio è per trastullarmi finché aspetto di andare di là con le altre anime. Mi dice di non rompere i collegamenti con le anime che saranno con me sulla strada bianca.

Anime che hai già individuato?
- Sì.

Ci sono delle persone che sono vicine a te anche in questa vita, le hai individuate?
- In questa vita sì, ma sono lontane. Le ho conosciute in altri modi, le ho incontrate nella mia vita, però della mia famiglia prenderanno tutti la strada nera e anche la maggior parte dei miei amici. La cosa mi fa stare male, perchè vorrei portarli verso la strada bianca, loro però hanno già deciso.

Se hanno deciso, si vede che devono fare quello prima.
- E' che adesso devo ricominciare tutto.

Perché?
- Perché devo riallacciarmi ad anime nuove, che non conosco bene.

Quando è sempre uguale, ti lamenti che è sempre uguale, quando è nuovo, ti lamenti che è nuovo.
- Non è vero. Quand'era sempre uguale stavo bene. E' quando hanno deciso di cambiare, perché c'è stata la rivoluzione nella Coscienza e ha deciso di cambiare. Io ho provato a restare dov'ero ma non ci sono riuscita e quindi adesso sono in questo rumoroso caos. Perché la strada è una cosa provvisoria, come tutto. La Coscienza da un po' ha deciso di fare tutto provvisorio e tutto troppo veloce. Lei non mi lasciava più stare dove c'era la luce. L'avevo trovato un posto dove stavo bene.

Dove stavi?
-C'era questo paesaggio di luce, c'erano altre anime, eravamo talmente grandi che bastava toccarsi con la "punta di un dito". Poi è arrivata lei e ha detto che bisognava rimescolare tutto e rimescola allora. Che fatica. Sono come le assemblee condominiali.

Tanto poi torniamo tutti di là dalla Coscienza.
- Non lo so.

Perché?
- Perché lei adesso si sta divertendo.

Inizia a divertirsi, sì?
- Sì, quindi sta continuando a rimandare.

LA COSCIENZA DEGLI UNIVERSI

Sta rimandando, però alla fine...
- Ma di Coscienza non ce n'è mica solo una.

Quante ce ne sono?
- Ce ne sono un po'. Quasi quante gli Universi.

Ogni Universo ha la sua coscienza?
-Sì.

Sicura di questo?
-Io non ne sento solo una, è questo il problema. L'unica cosa che mi faceva venire angoscia era che, non essendocene solo una ed essendo che la cosa va a piani, anche le Coscienze hanno i loro supervisori più in alto.

E chi sono?
- Sono come dei grandi … Io vedo che le Coscienze sono qua, poi sopra c'è un altro e l'altro è uno solo.

Non stai parlando dei demiurghi adesso?
- No, no.

Sei sopra? Sei andata oltre?
- Lui è "Il Tutto Cosmico". Me lo traduce così.



Quindi poi tutte le coscienze torneranno dentro?
-Ma non è così semplice, perché Lui le lascia libere. Quindi se una decide che non è ora di tornare, non torna.

Quindi bisogna aspettare che tutte la coscienze decidano che sia ora? Assieme?
- Non finirà più vedrai...[ sconsolata ].

Bisogna aspettare che tutte le Coscienze decidano che sia ora di tornare? Fare tutti i piani.
- Loro devono riconoscersi. Non sanno l'una dell'altra. Quando si conosceranno, allora si riuniranno. E allora Lui, dico Lui, ma in realtà è un agglomerato, sarà pronto ad avvolgersi. Perché Lui è come il Grande Spirito. Loro sono le Grandi Anime e sotto di loro ci sono le Grandi Menti. Lui che è Spirito manda, si unisce, poi coglie le Anime e qui arriva e coglie i bassi fondi che sono le Menti e qui si unisce la triade.

Le grandi menti da chi sono formate?
- Dalle Coscienze. [ Interferenza. Non si capisce cosa dice il soggetto ] Sono un po' i loro giochi. Quando Lui manda gli impulsi forti, si creano Super Spiriti, quando lui manda degli impulsi normali, si creano Spiriti normali. [ Interferenza sonora di sottofondo ] Lo stesso per le coscienze, le coscienze non mandano impulsi sempre uguali. Quindi anche lì, si creano Anime più luminose, a volte non si creano, ma poi ogni Coscienza ha il suo, io ti sto parlando della nostra. Loro non si possono contare.

Sono tante, sì?
- E' come vedere un grappolo d'uva e il pistillo in alto. Che casino. Lui è avvolto nel buio più totale.

E' avvolto nel buio il tutto cosmico?
- Si, lui è il Tutto Cosmico, però intorno ha il buio.

Come mai ha il buio?
- Perché è la sua stanza. E poi comunque lui fa prendere varie forme a se stesso. Adesso si è semplicemente scomposto. [ Interferenza sonora di sottofondo ].

Dal resto?
- Eh sì. Perché è un po' come se stesse conoscendo se stesso.

E Lui c'è sempre stato? Da dove viene?
-Sì, sì. C'è sempre stato. Infatti quando riuscivo ad arrivare a Lui, mi venivano gli attacchi di panico, perché temevo che oltre a lui, ci fosse il nulla. Non capivo che Lui era il tutto. Non riuscendo a comprenderlo in questo contenitore, perché mi sentivo in un punto troppo remoto, mi sentivo morire dentro.

Quando ti succedeva sta cosa?
- Quand'ero più piccola.

Riuscivi a tornare fino al tutto cosmico?
- Quando uscivo sì, quando era ora di tornare dentro, mi sentivo legata e mi sembrava di soffocare. Temevo che questo accadesse perché lui non era il tutto.

Sei sicura che era il tutto invece?
- Sì lo era. E' che a volte lo confondevo con i Demiurghi. Quando vedevo lui stavo bene, quando vedevo i Demiurghi...

...ti confondevi.
- Si perché loro l'hanno notato. Quando mi attiravano da loro, deviando la strada, mi dicevo che non è il tutto, che è un essere finito.


ENTITA’ " POSITIVE " e SCURE

In questo Universo, oltre ai neri e i verdi, che sono entità negative, ce ne sono anche di positive. Cosa stanno facendo?
-Quelle positive vivono lontane, alla periferia del Cosmo e hanno già tanti problemi tra di loro. I positivi li vediamo noi così, facciamo noi la distinzione tra positivo e negativo, in realtà non c'è una distinzione. Tutti gli esseri sono come noi, se vogliono positivi, se vogliono negativi e oscillano, nessuno ha preso una strada definitiva, cioè, l'hanno presa, ma poi tornano come prima. Anche tra i positivi ci sono quelli che a volte tornano negativi e si devono preoccupare per questi, non pensano a noi, come noi non ci preoccupiamo di quelli che stanno male intorno a noi, ma solo di quello che sta male dentro di noi. Loro fanno lo stesso. E' come parlare di affari esteri, se accade qualcosa in Giappone, ce ne preoccupiamo da lontano, poi ogni tanto vengono a vedere, ma è come guardare la tv.

Non aiutano un po'?
- Parlano, chiacchierano con noi, ma sento un po' di disinteresse. Ogni tanto vengono da qualcuno di noi e ci fanno sentire che ci sono, che ci abbracciano, come un amico che ti è vicino, ma sono a singoli.

Come fanno i Pleiadiani?
- Sì, ma non si chiamano così.

Come si chiamano?
- Non riesco a capire come si chiamano, ma ho capito di cosa parli.

Quelli che vengono dalle Pleiadi, biondi.
- Non sono biondi.

Come sono? Castani?
- No, loro vivono su un piano che non è identificabile umanamente. E' che noi, una volta che varcano la soglia qui, li vediamo così, ma è un po' un duplicato della Terra. Infatti mi sembrava molto simile a me, come posto, ma non posso tornare a qualcosa che è una Rievocazione di quello che Era.

Neanche?
- Dovevo scegliere qualcosa di completamente diverso. Siamo dentro ad una coscienza giovane, troppo e a volte fa di quelle sciocchezze.

Non hanno tutte la stessa età le coscienze?
- No, sono tutte abbastanza giovani, ma non sono tutte una cosa unica. Ognuna ci ha messo il suo tempo a svilupparsi.

Comunque tu in questo contenitore adesso sei libera?
-Sì, altrimenti non ti avrei detto tutte queste cose. ( ma..) Anche perché l'essere di prima...

Come mai vedevi quell'Essere Nero, dentro ( Si riferisce ad un essere nero, che all’inizio del tct, teneva in mano la sfera di mente )? Come fa ad essere collegato così? ( quindi il sogg. non è ancora libero come crede!) 
- Perché forse me lo tiro dietro in astrale. Non ho capito bene chi fosse.

Non era il Demiurgo oscuro?
- No, non lo conosco. Lo vedo, ma non capisco da dove venga.

Sicura? Hai detto che è grande, alto, nero, con gli occhi gialli.
-Sì, ma non è un demiurgo oscuro.

E chi è?
- Non riesco a capire, perché è in relazione con i guardiani, ma loro sanno che non riesco a capire cosa vogliono e non capisco, se sono lì per prendermi quando farò la scelta, e quindi quando passerò all'altra strada, o...Però lui è collegato a loro e loro sfruttano il fatto che io di là non riesca a vedere. Vedo, ma vedo tutto nero.

Nel piano loro? E' buio?
-Sì, vedo tutto nero. Loro tra di loro vedono, ma io vedo al massimo qualche sprazzo e poi non è bello, io sto bene dove c'è luce, non dove c'è buio. Dove c'è il mare della materia che non riesco a trovare qua. Loro non sanno neanche che cosa sia. E' come se fossero degli osservatori, che con il loro telescopio, tengono d'occhio una stella.

NUOVO ORDINE MONDIALE

Comunque qua adesso dici che per la Terra, in questi anni e per le anime che rimangono nel lato oscuro, ci sarà il Nuovo ordine mondiale?
- Vedo che ne rimarranno molto poche.

Sul lato oscuro?
- Te l'ho spiegato prima, devi aspettare che muoiano, le incarnazioni poi cambiano. Quelli che restano sulla Terra, saranno solo uomini, controllati da entità grandi, nere. Però saranno pochissimi.

Entità mandate dai demiurghi oscuri allora?
- Gli uomini non sanno che vengono controllati da quelli oscuri.

Ho capito, ma per quelli che restano qua, ci sarà il Nuovo ordine mondiale?
- Andrà bene a tutti. Non sarà così terribile. Semplicemente sarà tutto grigio. Verrà riportato il silenzio a livello mentale, ci sarà più silenzio e verrà fatto credere che la Terra sia più piccola, di modo che non potranno muoversi, non si potrà viaggiare. Solo entro confini ben delimitati.

Anche adesso non si può viaggiare. Adesso arriviamo al massimo al Sistema solare.
- Nella Terra non si potrà viaggiare.

Nella terra, tra gli stati?
- Ci sarà un gruppo unico, si ritornerà com'era all'inizio, un'unica tribù evoluta, la quale vivrà in questa prigione e a chi resterà, andrà bene. Non andrà contro le Coscienze in modo diretto, ma per vie traverse. La facciata sarà che andrà tutto bene, che loro sono stati salvati, che per riportare l'ordine ci sarà bisogno di silenzio mentale e di silenzio globale. Sarà un silenzio che metterà a tacere. ( Il sogg. parla come se stesse leggendo ).

Per controllare.
- Sì, un po'. Sarà tutto così, però chi resterà, non si preoccuperà, non si renderà conto di niente e non subirà " alcun male ". ( in quanto non avranno la coscienza per capirlo ).

Tutte le cose che stanno facendo adesso: scie chimiche, terremoti, sono orchestrate dagli umani o arrivano anche da altri piani?
- Non riesco a capire quello che dici.

Tutte le cose che stanno succedendo adesso, sono cose fatte dall'uomo per l'uomo, o sono le entità nere che hanno imposto all'uomo di fare queste cose?
- Io le vedo solo a livello terrestre. Vedo un canale da cui entrano energie negative, ma non vedo da dove arriva. Si disperde.

 Questo canale è quello che ha creato queste cose qui?
- C'è una sorta di buco nella sub sfera, che ha un condotto di energia negativa.

Il buco l'hanno aperto apposta, con le bombe atomiche?
- E' stato fatto dall'esterno, non dall'interno. Viene dalla parte della scia nera. La scia nera lo vuole.

 Ha aperto un buco nell'atmosfera per buttare dentro energia negativa?
- Sì. Chi è già predisposto, ha fatto la scelta. Perché era per fare la scelta, l'energia che veniva mandata sulla Terra. Era per capire chi era bianco e chi era nero. Le conseguenze di questo, sono state che agendo a livello mentale, la mente l'ha tradotta con vari piani di condizionamento. Da fuori non sono state progettate le scie chimiche e il controllo mentale, la cosa a monte era più ingenua. Se devo sapere chi sta con chi, devo creare il modo di scoprirlo. Creo il tunnel, creo il condotto nero e chi si tinge di nero, so che sta dalla mia parte. Tranne quelli come te. Loro non hanno considerato, che per sapere chi era nero, chi lo è diventato, ha aggravato la situazione sulla Terra.

Quindi è stata un'influenza esterna e come conseguenza l'uomo ha creato quelle cose.
-Sì, perché l'uomo è macchinoso. Quando si unisce in gruppo, diventa troppo produttivo a livello positivo o negativo. Però Malanga resta qua e Bellini va nei neri. Io lo vedo nei neri.

Malanga resta sulla Terra ancora?
- Ci sta bene qua.

Diceva che non ci stava bene, che non vedeva l'ora di tornare di là.
- Non gli verrà permesso. Non serve a nessuno dei due. C'è una parte di mondo, che non serve né ai bianchi, né ai neri. Perché non ha abbastanza energia per i neri ed è vuota per i bianchi. Non può essere solitaria perché è troppo debole. Ha bisogno ancora di tante evoluzioni. Purtroppo sono queste le quattro scelte, sono sempre quattro vertici, dovunque.

Sempre quattro?
-Sì. Ci sono i tre principali e il quarto che è l'alternativa, la via d'uscita. Uno può decidere se stare ai tre vertici...

C'è il bianco, il nero...?
- ...la Terra e la strada solitaria.

Bianco, nero, strada solitaria e?
- Il piano fisico. Se sei troppo fragile resti qua. I vertici sono sempre quattro, anche dentro di noi.


TRIADE DOTATA DI SUPER SPIRITO

Corpo, spirito, mente, anima
- Tu a volte hai Spirito e Super spirito che si alleano e la Mente, loro la comandano, però lei a volte mal traduce perché l'Anima non si sente libera di trasmettere l'amore che vorrebbe, perché sente che il Super spirito la zittisce e quindi c'è una sorta di intermittenza, perché lei continua a trasmettere l'amore alle altre tre, per filtrarlo, però loro non sempre ce la fanno, non sempre recepiscono, quindi a volte mente traduce in energie negative. Traduce male. Nei quattro vertici, loro dovrebbero stare: spirito, super spirito, mente e anima.

Spirito in alto, super spirito in basso a sinistra...
- Sì, perché loro dovrebbero sempre essere opposti, per non allearsi.

...anima a destra,
- Sinistra per come la vedo io. A destra la mente.









A destra con anima?
- Si, perché guardo te.

Comunque nel lato di Anima e Mente assieme, e Spirito e Super spirito assieme. Sullo stesso lato, giusto?

- Spirito e Super spirito dovrebbero essere opposti, per permettere ad Anima e Mente di comunicare. Mentre a volte capita che Mente e Spirito si scambino. Quindi la triade funziona da un lato, ma Anima non comunica più, perché Mente non può comunicare con Anima, se non c'è Spirito in mezzo a fare da mediatore.

Non è Mente che fa da mediatore tra Spirito e Anima?
-No, perché tu hai predominanza di Spirito. Quindi è lui il vertice che gira le forze. Spirito e Super Spirito, siccome si sentono amici, perché vedono che sono simili, si alleano. Solo che loro a volte, comunicano attraverso Mente, non attraverso Anima e quindi la soffocano un po'. Lei invia impulsi d'amore continuamente, però li recepiscono ad intermittenza, quindi a volte producono energia positiva, altre negativa. Per questo tu non hai ancora scelto.

Per la maggior parte producono energia positiva.
- E' sempre una cosa equilibrata. Tu oscilli.

Non mi sembra di oscillare tanto sull'energia negativa.
- Non te ne rendi conto, perché  Mente traduce. Finché loro comunicano attraverso Mente, tu te ne rendi conto in astrale, ma non quando sei sveglio in fisico. In astrale lo sai, ti dici che sai cosa vuoi, sai quello che fai, poi torni qua e fai tutto da capo, a volte, altre invece sei equilibrato e produci energia neutra. Con gli squilibri passi da negativo a positivo. I due spiriti hanno tanta voglia di stare vicini, però tu devi tenerli opposti, perché loro devono mediare. Le forze devono continuamente intersecarsi, mentre quando sei in squilibrio se le passano ai margini e al centro non arriva niente. Al centro arriva l'equilibrio.

Al centro c'è il corpo?
- Ci sei tu che raccogli tutto, però se comunichi attraverso Mente, hai sempre il rischio che venga travisato quello che i due spiriti forti...I due spiriti comunicano attraverso il mezzo fragile. Anima lo capisce e manda gl'impulsi, il mezzo fragile lavora solo a volte, perché Mente è il terzo prodotto del tutto e fa quello che riesce. Non è colpa di nessuno. Devi tenere i due spiriti ai due vertici opposti verticali, per permettere la comunicazione anche a livello orizzontale e per permettere la creazione del Centro. Se tu comunichi attraverso il perimetro, non permetti la creazione del Centro, che è quello che mantiene l'equilibrio. Dovrai impararlo, ti servirà per viaggiare e finché sei squilibrato, da qui non esci. Chi ha squilibri deve rimanere qua. Non ce la fa proprio ad uscire. Sbatte addosso alla barriera.

Non mi sembra di avere tanti squilibri.
- Non posso aiutarti, non ho la soluzione, identifico il movimento di quello che vedo.

Non ti sto chiedendo la soluzione. Quando sono in meditazione?
- Tu vai in astrale, ti rendi conto di quello che stai facendo, perché Anima è libera e percepisci l'alleanza tra i due spiriti. Il problema è quando torni. A te la Barriera Cosmica che c'è in ognuno di noi, fa questo effetto. Fai fatica a controllare lo squilibrio. Il passaggio dall'astrale al fisico, ti crea scompensi.

Perché dimentico?
- Non lo percepisci, perché Anima torna a soffocarsi. E' questo il problema del Super spirito.

Occupa troppo spazio.
- O trovi il modo di creargli il centro equilibrato, oppure lui si scambia i posti con le altre parti. Venendo lui da fuori, dove lo metti sta e tu devi fargli capire che quello è il suo posto. E' nel vertice in basso, che manda gli impulsi, perché lui deve permettere la comunicazione verticale con quella orizzontale, ma deve anche mandare gli impulsi a Mente e Anima.

Poi casomai me la disegni bene questa cosa. Ricordala perché è interessante. Tu adesso stai bene dentro lì,nel contenitore?
- Adesso sì.






Di fronte alla vita. Introduzione



Mi sembra che in questo mondo in cui vanno ingigantendo crisi e problemi occorra urgentemente una moralità, una condotta, di marca completamente diversa, un modo di agire che scaturisca dalla compren­sione di tutto intero il processo della vita umana. Noi cerchiamo di fronteggiare questi problemi con rimedi politici od organizzativi, con modifiche di carattere economico e riforme di vario genere; con nessuno di questi mezzi tuttavia potremo mai risolvere le complesse difficoltà dell’esistenza umana, anche se essi apportano un temporaneo miglioramento. Ogni riforma, per ampia e duratura che possa apparire, da sola non è altro che matrice di ulteriore disordine e di rinnovata necessità di riforma. Se non è accompagnato dalla comprensione della complessa condizione umana il mero riformare non può produrre che una imba­razzante richiesta di ulteriori riforme. Non c’è mai fine alle riforme: è una strada che non può condurre ad alcuna soluzione di fondo.
Nemmeno le rivoluzioni politiche, economiche o sociali costituiscono una risposta; infatti non hanno prodotto che spaventose tirannie o il puro e semplice trasferimento del potere e dell’autorità da un gruppo a un altro. Rivoluzioni di questo tipo non forniscono in nessuna occa­sione la via d’uscita dallo stato di confusione e conflitto in cui versiamo.
C’è però una rivoluzione di natura totalmente diversa che deve avverarsi perché si possa venir fuori dalla serie ininterrotta di ansie, di conflitti, di frustrazioni nei cui lacci siamo prigionieri. Questa rivolu­zione non deve cominciare da teoria o ideazione, che in ultimo si dimostrano prive di valore, bensì da una trasformazione radicale della mente stessa, trasformazione che può derivare soltanto da una giusta educazione e da un completo sviluppo dell’essere umano. È una rivolu­zione che deve avvenire in tutto quanto lo spirito umano, non soltanto nel pensiero. In ultima analisi il pensiero non è che un derivato, non la sorgente; e occorre che abbia luogo una trasformazione della sorgente stessa, non basta il modificarsi del suo derivato. Oggi noi ci arrabattiamo con dei derivati, con dei sintomi, non operiamo un cambiamento vitale, sradicando i vecchi abiti mentali, sgombrando la mente da tradizioni e consuetudini. È questo cambiamento vitale che deve importarci, e soltanto una giusta educazione può determinarlo.
Indagare ed imparare è funzione della mente. Quando dico imparare non intendo l’addestramento della memoria, ma la capacità di pensare con chiarezza ed equilibrio, senza farsi illusioni, prendendo le mosse dai fatti, non da credenze e ideali. Non c’è apprendimento se il pensiero trae origine da conclusioni. La mera acquisizione di nozioni non è apprendimento. Imparare comporta amore per la comprensione e amore di fare una cosa in se stessa. Imparare è possibile soltanto quando non c’è coercizione in nessuna forma, e la coercizione ha molte forme, non è così? Può essere determinata dall’influenza di o dall’attaccamento per altri, da minacce, da incoraggiamento persuasivo o da sottili forme di ricompensa.
La gente per lo più ritiene che l’apprendimento venga favorito dal confronto, mentre è vero proprio il contrario. Il confronto genera fru­strazione e incoraggia l’invidia che vien definita competizione. Come altre forme di persuasione il confronto ostacola l’apprendimento e genera paura; anche l’ambizione genera paura. L’ambizione, che sia individuale o che si identifichi con una collettività è sempre antisociale. La cosiddetta nobile ambizione nei rapporti fra uomini è fondamental­mente deleteria.
Bisogna incoraggiare lo svilupparsi di una mente sana, che sia capace di affrontare i molti aspetti della vita nel loro complesso e che non cerchi di sfuggirli, in tal modo entrando in contraddizione con se stessa, diventando frustrata, amara, cinica. Ed è essenziale che la mente sia consapevole del proprio condizionamento, dei propri motivi e degli scopi che persegue.
Dato che lo sviluppo di una mente sana è uno dei nostri obiettivi principali diventa molto importante il modo come si insegna. Bisogna coltivare la mente nel suo complesso, non limitarsi a impartire nozioni. Nel processo dell’istruzione l’educatore deve invitare alla discussione ed incoraggiare gli studenti a indagare e pensare con indipendenza.
L’autorità nel senso di “colui che sa” non ha posto nell’apprendi­mento. L’educatore e lo studente, attraverso lo speciale rapporto che li collega, imparano entrambi; ciò non vuol dire tuttavia che l’educatore debba trascurare l’ordine nel pensiero, ma quest’ordine non lo si raggiunge con una disciplina consistente in asserzioni dogmatiche di cogni­zioni, nasce invece naturalmente quando l’educatore comprende che per coltivare l’intelligenza dev’esserci il senso della libertà. E non libertà di fare tutto quel che può piacere o di pensare in chiave di pura e sem­plice contraddizione, ma libertà nella quale lo studente venga aiutato arendersi consapevole delle istanze e degli obiettivi che lo spingono che gli si riveleranno attraverso il suo pensare ed il suo agire quotidiani.
La mente sottoposta a disciplina non è mai libera, né potrà la mente che abbia soppresso il desiderio essere mai libera. La disciplina imposta non costringe forse la mente a muoversi entro i limiti di uno schema fisso di pensiero e di credenze? La mente in questo caso non è mai libera d’essere intelligente. La disciplina porta con sé sottomissione all’autorità; dà la capacità di funzionare entro il tessuto di una società che richieda abilità funzionale, ma non risveglia un’intelligenza che abbia capacità proprie. La mente che non abbia coltivato nient’altro che capa­cità acquisite per mezzo della memoria è come un calcolatore elettro­nico che, pur funzionando con stupefacente abilità e precisione, è pur sempre soltanto una macchina. L’autorità può convincere la mente a pensare muovendosi in una particolare direzione. Ma pensare guidati lungo determinate linee o in accordo a conclusioni prestabilite, equivale a non pensare affatto; è un mero funzionare come una macchina umana e questo genera una insoddisfazione non ragionata a cui si accompagnano frustrazione ed altre sofferenze.
Il pieno sviluppo di ciascun individuo crea una società di eguali. L’attuale lotta sociale che mira a produrre uguaglianza a livello econo­mico o a qualche livello spirituale è vuota di qualsivoglia significato. Riforme sociali intese a stabilire l’eguaglianza sociale nutrono altre forme di attività antisociali; con una giusta educazione invece non c’è alcun bisogno di ricercare l’eguaglianza ricorrendo a riforme sociali o d’altro tipo, poiché viene a cessare l’invidia e i confronti ch’essa porta con sé.
Dobbiamo fare differenza tra funzione e status. Lo status con tutto il suo prestigio emotivo e gerarchico nasce soltanto quando si confron­tano fra loro le diverse funzioni considerandole elevate o umili. Quando ciascun individuo fiorisce nelle sue piene capacità, non c’è allora confronto fra funzioni; c’è solamente l’espressione delle capacità di un uomo come insegnante, come primo ministro o come giardiniere e allo status allora non si accompagna più il morso dell’invidia.
Ora noi riconosciamo una capacità funzionale o tecnica premettendo al nome un titolo; ma se noi fossimo veramente preoccupati del completo sviluppo dell’essere umano ci avvicineremmo alla questione in maniera assolutamente diversa. L’individuo che abbia capacità potrà prendere un diploma e aggiungere lettere al suo nome e potrà non farlo, come meglio crede. Ma saprà da sé quali sono le sue vere e profonde capacità, quelle che nessun diploma può incorniciare, e la loro espressione non implicherà quella sicurezza egocentrica che solitamente una mera capa­cità tecnica produce. Quest’ultimo tipo di sicurezza si basa sul con­fronto ed è quindi antisociale. Il confronto può anche esistere per motivi utilitari; ma non è dell’educatore il confrontare la capacità dei suoi studenti dando di essi un giudizio migliore o peggiore.
Poiché ci interessa lo sviluppo totale dell’individuo, in principio potrà non essere consentito allo studente di scegliere da sé le materie da studiare, perché la sua scelta facilmente sarà basata su stati d’animo passeggeri e su pregiudizi, o sarà determinata dalla ricerca di ciò che può risultare più facile; oppure egli potrà scegliere secondo la spinta immediata di un bisogno passeggero. Ma se egli viene aiutato a scoprire da sé e a coltivare le sue capacità innate allora sceglierà spontaneamente non le materie più facili ma quelle che gli consentiranno di esprimere le proprie capacità nella misura più alta e più piena. Se lo studente verrà aiutato fin dal principio ad avere una visione globale della vita e di tutti i suoi problemi, psicologici, intellettuali ed emotivi, egli non ne sarà spaventato.
Intelligenza è capacità di affrontare la vita come un tutto unico; dare licenze e voti perciò non assicura l’intelligenza allo studente; al contrario, in tal modo si degrada la dignità umana. Una simile valuta­zione comparativa deforma la mente; questo tuttavia non vuol dire che l’insegnante non debba osservare il progresso di ogni studente e tenerne nota. I genitori, naturalmente ansiosi di apprendere il progresso dei loro figli, vorranno un resoconto; ma se sfortunatamente essi non capi­scono quel che l’educatore sta cercando di fare, il resoconto diventerà uno strumento di coercizione nelle loro mani, che essi useranno per produrre i risultati che desiderano e che in tal modo demolirà il lavoro compiuto dall’insegnante.
I genitori dovrebbero comprendere il tipo di educazione che la scuola intende dare. In generale essi sono soddisfatti se vedono che i figli si preparano ad ottenere un qualche diploma che gli assicurerà un modo di guadagnarsi da vivere. Pochissimi si preoccupano di qualcosa di più. Naturalmente desiderano vedere felici i loro figli, ma al di là di questo vago desiderio pochissimi si preoccupano del loro totale sviluppo. Poiché la maggior parte dei genitori desidera soprattutto che i figli abbiano una carriera di successo, li spaventano o li spingono con affettuosa violenza ad acquisire cognizioni, e per conseguenza il libro diventa qualcosa di molto importante; con esso si ha pura e semplice coltivazione della memoria, pura e semplice ripetizione, non vera capa­cità di pensiero.
Forse la maggior difficoltà che l’educatore deve fronteggiare è l’indifferenza dei genitori nei confronti di un’educazione più vasta e profonda. Per lo più essi si preoccupano che venga coltivata una qualche conoscenza superficiale che assicurerà ai loro figli posizioni rispettabili in una società corrotta. L’educatore quindi non solo deve educare i ragazzi nel modo giusto, ma deve anche curarsi che i loro genitori non annullino quanto di buono potrà farsi a scuola. Davvero scuola e famiglia dovrebbero essere centri collegati di giusta educazione e in nessun modo dovrebbero contrastare l’uno con l’altro; non deve accadere cioè che i genitori desiderino una cosa e l’educatore ne attui un’altra completamente diversa. È molto importante che i genitori abbiano piena cono­scenza di quanto l’educatore va facendo e siano vivamente interessati al totale sviluppo dei loro figli. La responsabilità di assicurarsi che questo tipo di educazione venga compiuta appartiene ai genitori oltre che agli insegnanti, il cui compito è già abbastanza pesante. Un totale sviluppo del bambino può attuarsi soltanto quando vi sia il giusto rapporto fra insegnante, studente e genitori. Poiché l’educatore non può cedere alle passeggere fantasie o alle ostinate richieste dei genitori è necessario che questi ultimi comprendano l’educatore e collaborino con lui e non facciano nascere conflitti e confusione nei loro figli.
La naturale curiosità del bambino, la sua sete di apprendimento esistono proprio sin dal principio ed è certo che essa debba essere di continuo incoraggiata intelligentemente in modo che rimanga viva e libera da distorsioni, e lo conduca gradatamente allo studio di diverse materie. Se questa avidità di apprendimento verrà incoraggiata nel bambino in ogni momento allora lo studio della matematica, della geo­grafia, della storia, delle scienze o di qualunque altra materia non sarà un problema per il bambino o per l’educatore. L’apprendimento è faci­litato quando vi sia un’atmosfera di lieta affettuosità e di intelligente attenzione.
L’apertura emotiva e la sensibilità possono esser coltivate soltanto quando lo studente si sente sicuro nel suo rapporto con gli insegnanti. Il sentirsi sicuro nel rapporto con gli altri è un bisogno di prima impor­tanza per il bambino. C’è una grande differenza fra il sentirsi sicuro e il sentirsi dipendente. Consciamente o inconsciamente la maggior parte degli educatori coltivano un sentimento di dipendenza e di conseguenza insegnano sottilmente la paura, cosa che anche i genitori fanno in ma­niera affettuosa o aggressiva. Lo stato di dipendenza nel bambino è generato da_asserzioni autoritarie o dogmatiche da parte dei genitori su quel ch’egli debba essere e fare. Alla dipendenza si accompagna sempre l’ombra della paura, e questa paura costringe il bambino a obbedire, a conformarsi, ad accettare senza riflettere gli editti e le sanzioni degli adulti. In quest’atmosfera di dipendenza, la sensibilità viene schiac­ciata; ma quando il bambino sa e sente di essere sicuro, il suo pieno sboccio emotivo non è frustrato dalla paura.
Questo senso di sicurezza del bambino non è l’opposto dell’insicu­rezza. È il sentirsi tranquillo sia a casa che a scuola, il sentire che può essere quel che è senza venir costretto in alcuna maniera; che può arram­picarsi su di un albero e non venir rimproverato se cade. Il bambino potrà avere questo senso di sicurezza soltanto quando genitori ed edu­catori siano profondamente preoccupati del suo benessere totale.
È importante che a scuola il bambino si senta a suo agio, del tutto sicuro fin dal primo giorno. Questa prima impressione è della massima importanza. Tuttavia se l’educatore si ingegna artificiosamente, con mezzi diversi, di cattivarsi la confidenza del bambino e gli permette di fare quel che gli pare, egli ne coltiverà la dipendenza; non darà in tal modo al bambino la sensazione d’essere sicuro, la sensazione di trovarsi in un posto dove vi sono delle persone che si preoccupano a fondo del suo completo benessere.
Il primissimo impatto di questo nuovo rapporto fondato sulla confidenza, che il bambino può anche non aver mai sperimentato prima d’allora, lo aiuterà a trovare una comunicazione naturale, per la quale il più giovane non considererà gli adulti come una minaccia di cui temere. Un bambino che si sente sicuro ha modi suoi naturali di espri­mere quel rispetto che è essenziale per l’apprendimento. Questo rispetto esclude ogni autorità e ogni paura. Quando il bambino gode di un senso di sicurezza la sua condotta non è qualcosa che gli venga imposto da uno più grande di lui, ma diviene parte del processo di apprendimento. Dato che si sente sicuro nel suo rapporto con l’insegnante, il bambino sarà naturalmente rispettoso.
Ed è soltanto in questa atmosfera di sicurezza che possono fiorire apertura emotiva e sensibilità. Sentendosi tranquillo e sicuro il bambino farà quel che gli sarà gradito; ma facendo quel che gli piace scoprirà qual è la cosa giusta da fare e la sua condotta non sarà dovuta a resi­stenza, ad ostinazione o a sentimenti compressi né sarà mera espressione di un impulso momentaneo.
Sensibilità vuol dire essere sensibile a tutto quanto ci circonda: alle piante, agli animali, agli alberi, ai cieli, alle acque del fiume, all’uccello in volo; ed anche alla disposizione d’animo di chi ci circonda, allo stra­niero che passa vicino. Da questa sensibilità deriva un tipo di reazione non calcolata né egoistica, cioè una condotta e una moralità genuine. Se è sensibile il bambino si comporterà in modo aperto e non reticente; di conseguenza appena un accenno da parte dell’insegnante sarà accet­tato facilmente, senza resistenze o attriti.
Poiché ci preoccupa il totale sviluppo dell’essere umano, dobbiamo comprenderne le istanze emotive che sono molto più forti che non i ragionamenti intellettuali; dobbiamo coltivare la capacità emotiva e non contribuire a comprimerla. Quando noi comprendiamo, e di conseguenza siamo in grado di trattarle, sia questioni intellettuali che questioni emo­tive, non abbiamo alcun senso di paura nell’avvicinarci ad esse.
Per lo sviluppo totale dell’essere umano la solitudine come mezzo per coltivare la sensibilità diventa necessaria. Si deve sapere cosa sia stare soli, cosa sia meditare, cosa sia morire; e le implicazioni della solitudine, della meditazione, della morte, si possono conoscere soltanto se vengono ricercate e scoperte. Sono implicazioni che non possono venire insegnate, bisogna impararle, si può indicarle, ma apprendere la solitudine e la meditazione da una indicazione non equivale a speri­mentarle. Per avere l’esperienza di cosa sia la solitudine e cosa sia la meditazione bisogna essere in una disposizione di ricerca; soltanto la mente disposta alla ricerca è capace di apprendere. Ma quando una dottrina preesistente o quando l’autorità o l’esperienza di un’altra persona escludono la ricerca allora l’apprendimento diventa mera imita­zione e l’imitazione fa sì che l’essere umano ripeta quel che ha impa­rato senza averne avuto esperienza.
Insegnare non è semplicemente impartire nozioni ma coltivare una mente perché ricerchi da sé. Questa mente penetrerà il problema di cosa sia la religione e non si limiterà ad accettare religioni stabilite con i loro templi e i loro rituali. La ricerca di Dio, o della verità, o di comunque si voglia definirlo – e non il limitarsi ad accettare credenze e dogmi – è vera religione.
Allo stesso modo per cui lo studente ogni mattina si lava i denti, fa
il bagno ogni giorno, apprende ogni giorno nuove cose, così dev’esserci
anche l’azione di star seduto in quiete con altri o da solo. Questa solitudine dà alla mente una stabilità e una costanza che non vanno misurate in termini di tempo. Questa chiarezza della mente è carattere. La mancanza di carattere equivale ad uno stato di contraddizione interiore.
Essere sensibili è amare. La parola “amore” non è l’amore. E l’amore
non va suddiviso in amore di Dio e amore degli uomini, né va misurato in amore per una persona e amore per molte. L’amore elargisce se stesso con abbondanza come un fiore il suo profumo; ma noi stiamo sempre a misurare il nostro amore in tutte le nostre relazioni e in tal modo lo distruggiamo.
L’amore non è un prodotto di consumo del riformatore o di chi opera socialmente; non è uno strumento politico con cui creare l’azione. Quando il politico o il riformatore parlano di amore usano la parola e non toccano la realtà; non si può servirsi infatti dell’amore come di un mezzo per raggiungere un fine, sia nell’immediato o nel remoto futuro. Amore è tutta la terra non una foresta o un campo particolari. L’amore per la realtà non è racchiuso in nessuna religione; e quando le religioni organizzate ne fanno uso, esso cessa di esistere. Le società, le religioni organizzate ed i governi autoritari, zelanti nelle loro diverse attività, senza saperlo distruggono l’amore trasformandolo in attività passionale.
Nel totale sviluppo dell’essere umano attraverso una giusta educazione, la qualità dell’amore va nutrita e sostenuta proprio sin dal principio. Amore non è sentimentalismo né devozione. Esso è tenace come la morte. L’amore non si può acquistare mediante il sapere; ed una mente che ricerchi il sapere senza l’amore è una mente che agisce spieta­tamente e mira soltanto all’efficienza.
Perciò l’educatore deve preoccuparsi sin dal principio della qualità di quest’amore che dev’essere umiltà, mitezza d’animo, considerazione, pazienza e cortesia. Modestia e cortesia sono spontanee nell’uomo che abbia avuto una giusta educazione; il suo è riguardo per tutti, compresi animali e piante, e si riflette nel suo comportamento e nel suo modo di parlare.
L’enfasi posta su tale qualità dell’amore libera la mente e la distoglie dall’attaccamento alla propria ambizione, avidità e ingordigia. L’amore non possiede forse una finezza che si esprime in rispetto e buon gusto? Non porta con sé anche una purificazione della mente che senza di esso ha la tendenza di indurirsi nella superbia? La finezza di comportamento non è un adeguamento autoimposto, né è la risposta ad esigenze este­riori; sgorga spontanea dalla qualità di questo amore. Quando vi è comprensione derivata da amore allora il sesso e tutte le complicazioni e le sottigliezze dei rapporti umani si potranno avvicinare in maniera sana, non con concitazione e apprensione.
L’educatore che consideri di primissima importanza lo sviluppo totale dell’essere umano, deve capire le implicazioni dei bisogni sessuali che tanta parte giocano nella nostra vita e dev’essere capace sin dal principio di soddisfare la naturale curiosità dei bambini senza destare in essi un interesse morboso. Limitarsi a impartire nozioni biologiche nell’età dell’adolescenza può condurre a libidine sperimentale qualora non ci sia quella qualità essenziale che è l’amore. L’amore ripulisce la mente dal male. Quando non c’è amore e comprensione da parte dell’educatore, il limitarsi a separare maschi da femmine col filo spinato o con ingiunzioni, varrà soltanto a rafforzare la loro curiosità e stimolare quella passione che dovrà necessariamente degenerare in mera soddi­sfazione dei bisogni sessuali. È quindi importante che ragazzi e ragazze siano educati insieme nella giusta maniera.
Questa qualità, l’amore, deve esprimersi anche nel lavoro manuale: giardinaggio, falegnameria, pittura, lavori artigiani; e per mezzo dei sensi: vedere gli alberi, le montagne, la ricchezza della terra, la povertà che gli uomini hanno creato fra loro; e ascoltando musica, il canto degli uccelli, il mormorio di acque fluenti.
A noi interessa non soltanto che si coltivi la mente e che si risvegli la sensibilità emotiva, ma anche un armonioso sviluppo fisico, e a questo dobbiamo dedicare parecchia attenzione. Infatti se il corpo non è sano e vitale inevitabilmente porterà ad una deformazione mentale e ad una mancanza di sensibilità. Questo risulta talmente ovvio che non occorre scendere a particolari. é necessario che il corpo sia in eccellente stato di salute, che riceva il giusto tipo di alimentazione e che gli sia consentito sonno sufficiente. Se i sensi non sono svegli il corpo impedirà il totale sviluppo dell’essere umano. Per possedere grazia di movimenti e un ben equilibrato controllo della muscolatura si deve fare esercizio fisico di vario tipo, ballo e giochi all’aria aperta. Un corpo che non sia tenuto pulito, che sia trasandato e non si tenga nella giusta posizione, non è facilmente avviabile alla sensibilità della mente e delle emozioni. Il corpo non è lo strumento della mente; ma il corpo, le emozioni e la mente compongono insieme l’essere umano e qualora non vivano insieme armoniosamente il conflitto è inevitabile.
Il conflitto produce insensibilità. La mente può anche dominare il corpo e comprimere i sensi, ma in tal modo renderà il corpo insensibile; e un corpo insensibile diventa un ostacolo al pieno volo della mente. La mortificazione del corpo decisamente non facilita l’esame degli strati più profondi della propria coscienza; questo infatti è possibile soltanto quando la mente, le emozioni e il corpo non siano in contraddizione fra loro, ma siano integrati e procedano all’unisono, senza sforzo, senza la spinta di alcun’idea, credenza o ideale.
Nel coltivare la mente bisogna porre l’accento non sulla concentra­zione bensì sull’attenzione. La concentrazione è un processo per cui la mente viene costretta a focalizzarsi su un singolo punto, laddove l’attenzione non ha frontiere. Nel processo di concentrazione la mente è sempre limitata da una frontiera o da un confine, ma se il nostro interesse è comprendere la totalità della mente la mera concentrazione diventa un ostacolo. L’attenzione non ha limiti, non ha le frontiere del sapere. Il sapere deriva dalla concentrazione e, per vasto che esso possa essere, resterà pur sempre chiuso entro le proprie frontiere. Nella condizione di attenzione la mente può usare e usa il sapere che è necessa­riamente risultato della concentrazione; ma la parte non è mai il tutto, e la somma delle varie parti non produce la percezione del tutto. Il sapere, che costituisce il processo di addizione della concentrazione, non genera la comprensione dell’incommensurabile. Il totale non è mai com­preso nelle parentesi di una mente concentrata.
L’attenzione dunque è di capitale importanza, ma essa non nasce da uno sforzo di concentrazione. L’attenzione è uno stato della mente per cui essa continua ad apprendere sempre senza che vi sia un centro intorno a cui si raccolgano le cognizioni come esperienza accumulata. Una mente concentrata su se stessa adopera il sapere come mezzo per la propria espansione, e questa attività diventa contraddittoria e antisociale.
Apprendere nel vero senso della parola è possibile soltanto in quello stato di attenzione nel quale non esiste costrizione esterna, o interiore. Si può pensare nella giusta maniera soltanto quando la mente non sia schiava della tradizione o della memoria. È l’attenzione che consente il formarsi del silenzio nella mente, ed è questo silenzio che apre la porta alla creazione. Ecco perché l’attenzione è della massima importanza.
A livello funzionale il sapere è necessario come mezzo per coltivare la mente e non come fine a se stesso. A noi interessa non lo sviluppo di una singola capacità, come quella del matematico o dello scienziato o del musicista, ma il totale sviluppo dello studente in quanto essere umano. Come determinare uno stato di attenzione? Non lo si può coltivare per mezzo della persuasione, del confronto, della ricompensa o del castigo, tutte quante forme di coercizione. Con l’eliminazione della paura ha principio l’attenzione. La paura esisterà necessariamente finché vi sia in atto una forte spinta ad essere o diventare, cioè l’inseguimento del successo con tutte le frustrazioni e le tortuose contraddizioni ch’esso porta con sé. Si può insegnare la concentrazione, ma l’attenzione non può insegnarsi, proprio come non è possibile insegnare la libertà dalla paura; ma possiamo cominciare a scoprire quali cause producano paura; comprendere queste cause equivale ad eliminare la paura. L’attenzione sorgerà spontanea dunque quando intorno allo studente vi sarà una atmosfera di benessere: quand’egli avrà il senso della sicurezza e della tranquillità sarà consapevole di un’azione disinteressata che deriva da amore. L’amore non fa confronti e così l’invidia ed il tormento di voler “diventare” cessano.
Lo scontento generale che tutti noi giovani o vecchi sperimentiamo, trova presto una via verso una qualche soddisfazione e in tal modo la nostra mente viene messa a dormire. Di tanto in tanto la sofferenza risveglia l’insoddisfazione, ma la mente ricerca nuovamente una solu­zione che la soddisfi. In questa ruota di insoddisfazione e appagamento la mente si trova presa prigioniera ed il continuo risveglio dovuto al dolore fa parte del nostro scontento. L’insoddisfazione è la via aperta alla ricerca, ma non può esserci ricerca se la mente è incatenata alla tradizione, agli ideali. La ricerca è la fiamma dell’attenzione.
Quando parlo di insoddisfazione intendo alludere a quello stato della mente per cui essa comprende ciò che è, l’attuale, e indaga continuamente per scoprire più oltre. L’insoddisfazione è un moto verso il supe­ramento delle limitazioni di ciò che è; e quando voi trovate modi e sistemi per soffocare o superare l’insoddisfazione, accettate allora le limitazioni di un’attività egocentrica e della società nella quale vi trovate.
L’insoddisfazione è la fiamma che brucia le scorie dell’appagamento, ma la maggior parte di noi si adopera per dissiparla in diversi modi. L’insoddisfazione diventa allora perseguimento del “di più”, desiderio di una casa più grande, di un’automobile più bella, e così via, tutte cose racchiuse nel campo dell’invidia; ed è l’invidia che alimenta questo scontento. Ma io sto parlando di insoddisfazione scevra da invidia, scevra da ingordigia del “di più”, un’insoddisfazione che non sia alimentata da alcun desiderio di appagamento. Questa insoddisfazione è una condi­zione incontaminata, che esiste in ciascuno di noi quando non venga soppressa da un’educazione sbagliata, da soluzioni appaganti, dall’ambi­zione, o dall’inseguimento di un. ideale. Quando noi comprendiamo la natura di un’insoddisfazione genuina vedremo che l’attenzione fa parte di questa fiamma ardente che consuma la meschinità e lascia la mente libera dai limiti di ambizioni e compiacimenti che sono fine a se stessi.
L’attenzione dunque comincia ad esistere soltanto quando vi è ricerca, non fondata su desiderio di avanzamento o di appagamento personalistico. Bisogna coltivare quest’attenzione nel bambino, proprio fin dagli inizi. Troverete che quando c’è l’amore – che si esprime nell’umiltà, cortesia, pazienza, mitezza – voi sarete già liberi dalle barriere che l’insensibilità costruisce; aiuterete così anche questo stato di atten­zione a scaturire nel bambino sin dall’età più tenera.
L’attenzione non è cosa che si possa apprendere, ma voi potete aiutarne il risveglio nello studente evitando di creare intorno a lui quel senso di costrizione che produce un’esistenza contraddittoria. La sua attenzione allora potrà focalizzarsi in qualsiasi momento su un qualsiasi determinato argomento, e non si tratterà della ristretta concentrazione generata da un’imperiosa sete di acquisizione o di affermazione.
Una generazione di giovani educati in questa maniera sarà libera dalla brama di acquisizione e dalla paura, eredità psicologica ricevuta dai genitori e dalla società dove sono nati; ed essendo educati in questa maniera essi non dipenderanno dall’eredità di possedimenti. Questa questione dell’eredità distrugge la vera indipendenza e limita l’intelli­genza; poiché promuovendo una fiducia in se stessi che non ha alcuna base, produce un falso senso di sicurezza e crea un ottundimento della mente da cui nulla di nuovo potrà germogliare. Ma una generazione educata nella maniera completamente diversa che abbiamo esaminato, darà vita ad una nuova società; poiché essa possiederà quella capacità che nasce da un’intelligenza che non sia ostacolata da paura.
Dato che la responsabilità dell’educazione appartiene ai genitori oltre che agli insegnanti, dobbiamo imparare l’arte di lavorare insieme, e questo sarà possibile soltanto quando ciascuno di noi capisca che cosa sia vero. È la percezione della verità che ci riunisce, non opinioni, cre­denze e teorie. C’è una grandissima differenza fra il concettuale e il reale. Il concettuale potrà forse temporaneamente unirci, ma si verifi­cherà una nuova separazione se il nostro lavoro comune si baserà soltanto su convinzioni. Se ciascuno di noi vedrà la verità, potranno sor­gere divergenze nei dettagli ma non vi sarà esigenza di separazione. Soltanto gli sciocchi rompono i rapporti a cagione di qualche dettaglio. Quando la verità sia percepita da tutti il dettaglio non potrà mai diven­tare materia di dissenso.
La maggior parte di noi è abituata ad operare insieme lungo le linee dell’autorità vigente. Ci riuniamo per elaborare un’idea o per far pro­gredire un ideale e questo richiede convinzione, persuasione, propaganda e così via. Questo lavorare insieme per una concezione, per un ideale è cosa completamente diversa dalla cooperazione che nasce quando si è compresa la verità e la necessità di tradurla in azione. Operare sotto lo stimolo di un’autorità – che sia l’autorità di un ideale o l’autorità di una persona che rappresenti questo ideale – non è vera cooperazione. Un’autorità centrale che sa molte cose o che ha una forte personalità ed è assillata da determinate idee potrà costringere o persuadere sottilmente gli altri a lavorare con lui per ciò ch’egli chiama l’ideale; ma non è certo questo l’operare insieme di individui vigili e vitali. Mentre invece quando ciascuno di noi comprenderà da sé la verità su qualsiasi questione allora la comune comprensione di quella verità condurrà a un tipo di azione che è cooperazione. Chi coopera perché vede la verità come verità, il falso come falso, e la verità nel falso saprà anche quando non deve cooperare e questo è altrettanto importante.
Se ciascuno di noi si rende conto della necessità di una rivoluzione fondamentale nell’educazione e percepisce la verità delle considerazioni che abbiamo fatto, colui parteciperà al lavoro comune senza che vi sia bisogno di alcuna forma di persuasione. La persuasione esiste soltanto quando qualcuno prende una posizione dalla quale non desidera sco­starsi. Quando egli sia soltanto convinto di un’idea o barricato dietro un suo parere, produrrà un’opposizione e allora occorre che o lui o il suo oppositore venga persuaso, influenzato, o indotto a pensare in maniera diversa. Questa situazione non sorge mai quando ciascuno di noi vede da sé la verità su una questione. Ma se non vediamo la verità e agiamo sulla base di una convinzione puramente verbale o di un ragionamento intellettuale, allora non potrà mancare di sorgere contesa, accordo, o disaccordo, con tutte le conseguenti distorsioni e vane fatiche.
È essenziale che si lavori insieme, ed è come se si costruisse insieme una casa. Se alcuni di noi costruiscono ed altri demoliscono evidentemente la casa non verrà mai costruita. Dobbiamo quindi essere indivi­dualmente molto chiari in modo da vedere e capire realmente la neces­sità di attuare un genere di educazione che produca una generazione capace di fronteggiare i problemi della vita come un tutto unico e non come parti separate, dissociate dal tutto.
Per essere in grado di lavorare insieme in questa genuina coopera­zione dobbiamo incontrarci spesso ed essere vigili contro il pericolo di venir travolti dai dettagli. Quelli fra noi che si dedicano con serietà a porre in atto il giusto sistema di educazione non solo hanno la respon­sabilità di tradurre in azione tutto quel che abbiamo compreso, ma anche di aiutare gli altri a giungere a questa comprensione. L’insegnamento è la più nobile delle professioni  seppure può chiamarsi professione. È un’arte che non richiede semplicemente doti intellettuali, ma infinita pazienza e amore. Ricevere una vera educazione vuol dire comprendere il nostro rapporto con tutte le cose – il denaro, la proprietà, le persone, la natura – che esistono nel vasto campo della nostra esistenza.
La bellezza fa parte di questa comprensione, ma la bellezza non è solamente una questione di proporzioni, forma, buon gusto e comportamento. La bellezza è quello stato per il quale la mente, nella passione per la semplicità, cessa di gravitare intorno all’io. Non vi è fine alla semplicità; e può esservi semplicità soltanto quando vi sia un’austerità che non discende da una disciplina calcolata e da abnegazione, un’auste­rità che è abbandono di se stessi e che soltanto l’amore può generare. Quando non abbiamo amore creiamo una civiltà che persegue la bel­lezza della forma e non l’interiore vitalità ed austerità del semplice abbandono di se stessi. Non c’è abbandono di se stessi se c’è sacrificio di se stessi per buone azioni, ideali, credenze. Queste attività sembrano libere dall’io, ma in realtà l’io lavora ancora sotto diverse etichette.
Soltanto la mente innocente può indagare nell’ignoto. Ma l’innocenza calcolata – che potrà indossare un perizoma o il saio del monaco – non è quella passione di abbandono di se stessi, dalla quale nascono la cortesia, la mitezza, l’umiltà, la pazienza: le espressioni dell’amore.
Per lo più noi conosciamo la bellezza soltanto attraverso ciò ch’è stato creato o composto – la bellezza di una forma umana o di un tempio. Diciamo che un albero o una casa o l’ansa profonda di un fiume sono belli. E servendoci di un paragone sappiamo cos’è la brut­tezza, almeno crediamo di saperlo. Ma la bellezza è davvero passibile di confronti? La bellezza è davvero ciò che è stato reso evidente, mani­festo? Noi consideriamo bello un determinato quadro, una poesia, un volto, perché sappiamo già quel che è la bellezza da quanto ci è stato insegnato oppure da quel che ci è familiare e del quale ci siamo già formati un’opinione. Ma non cessa forse la bellezza di essere tale se la sottomettiamo a un paragone? La bellezza è dunque solo familiarità col già noto oppure è un modo di essere nel quale può esserci o anche non esserci la forma creata?
Perseguiamo sempre la bellezza ed evitiamo il brutto e questo voler arricchirci per mezzo della prima ed evitare il secondo non può che generare insensibilità. È certo che per comprendere o sentire cos’è la bellezza dev’esserci sensibilità sia per il cosiddetto bello che per il cosid­detto brutto. Un sentimento non è né bello né brutto se è un sentimento e nient’altro. Ma noi lo consideriamo attraverso il nostro condi­zionamento religioso e sociale e gli diamo un’etichetta; diciamo che è un sentimento buono o un sentimento cattivo e in tal modo lo stor­piamo o lo distruggiamo. Quando un sentimento non riceve alcuna etichetta esso conserva la sua intensità ed è quest’intensità appassionata il fattore essenziale per la comprensione di quella cosa che non è brut­tezza, e nemmeno bellezza manifesta. Ciò che ha la massima importanza è un sentimento robusto, quella passione cioè che non è mera libidine di appagamento personale; è infatti questa passione che crea la bellezza, la quale, non essendo passibile di confronti, non può avere opposti.
Quando ci sforziamo di determinare lo sviluppo totale dell’essere umano dobbiamo evidentemente considerare a fondo l’inconscio oltre che il conscio della mente. Limitarsi ad educare il conscio senza com­prendere l’inconscio provoca contraddizione interiore nella vita umana con tutte le frustrazioni e sofferenze che l’accompagnano. La parte na­scosta della mente è di gran lunga più importante di quella superficiale. Gli educatori per la maggior parte si preoccupano soltanto di impartire nozioni e conoscenze alla mente superficiale preparandola alla conquista di un impiego e all’adattamento ad una società. In tal modo la parte nascosta della mente non viene mai raggiunta; la cosiddetta educazione, dunque, non fa che sovraimporle uno strato di cognizioni e di compe­tenza tecnica unite ad una certa capacità di adeguamento all’ambiente.
La parte nascosta della mente ha una potenza di gran lunga superiore a quella della mente superficiale per beneducata e capace di adattamento che quest’ultima possa essere; e non c’è niente di misterioso in questo. La parte nascosta o inconscia della mente è il ricettacolo di memorie razziali. Religione, superstizione, simboli, tradizioni proprie a una razza particolare, l’influenza della letteratura sia sacra che profana, delle aspirazioni, delle frustrazioni, del diverso comportamento e della diversa qualità del cibo, tutto questo è radicato nell’inconscio.
I segreti palesi o nascosti, con le loro motivazioni, speranze e timori, con le loro pene e piaceri, le credenze alimentate da quella brama di sicurezza che si esprime in modi diversi, tutte queste cose sono anch’esse contenute nella parte nascosta della mente umana la quale non ha soltanto questa straordinaria capacità di trattenere i residui del passato, ma anche quella di influenzare l’avvenire. Tutto ciò si rivela alla parte superficiale della mente nei sogni e in vari altri modi, nei momenti in cui non è interamente occupata dai fatti quotidiani.
La parte nascosta della mente non è qualcosa di sacro né qualcosa di cui ci si debba spaventare e non c’è nemmeno bisogno di uno specialista che la renda palese alla parte superficiale della mente. Ma a causa della enorme potenza della parte nascosta quella superficiale non può trattarla come vorrebbe. La parte superficiale della mente è in larga misura im­potente nel suo rapporto con la parte nascosta di se stessa. Per grandi che siano i suoi sforzi di dominare, modellare e controllare la parte nascosta per i suoi bisogni e le sue esigenze sociali, la parte superficiale può soltanto graffiare la superficie della parte nascosta; perciò esiste una profonda frattura fra le due. Noi cerchiamo di colmare quest’abisso per mezzo della disciplina, per mezzo di pratiche varie, sanzioni e così via; ma non lo si può colmare in questa maniera.
La mente conscia è occupata dal presente immediato e limitato, laddove l’inconscio sopporta il peso di secoli e non può essere arginato o deviato da una immediata necessità. L’inconscio ha nella sua natura la profondità del tempo e la mente conscia con la sua cultura recente, non può trattarlo secondo le proprie passeggere esigenze. Per sradicare la contraddizione interiore occorre che la parte superficiale della mente capisca questo fatto e sia quiescente, il che non significa dar via libera alle innumerevoli istanze della parte nascosta della mente. Quando non c’è resistenza tra la parte palese e la nascosta, allora la parte nascosta che possiede la pazienza dovuta al tempo, non farà violenza all’im­mediato.
La mente nascosta inesplorata e non compresa con la sua parte superficiale che è stata “educata”, viene a contatto con le pretese e le esigenze, ma, essendoci una contraddizione fra la parte superficiale e quella nascosta, qualunque esperienza di quella superficiale varrà soltanto ad aumentare il conflitto fra se stessa e la parte nascosta. Questo produce ancora nuova esperienza e di nuovo questa allargherà lo spacco fra presente e passato. La mente superficiale, sperimentando quanto è esterno senza comprendere la parte interiore, la parte nascosta di sé, non fa che produrre un conflitto sempre più profondo ed esteso.
L’esperienza non libera né arricchisce la mente, come generalmente pensiamo. Fino a quando l’esperienza rafforza colui che la prova vi sarà necessariamente conflitto. Una mente condizionata nel fare espe­rienze non fa che rafforzare il proprio condizionamento, perpetuando così contraddizione e sofferenza. Soltanto per la mente capace di com­prendere tutte quante le vie di se stessa può l’esperienza essere un fattore di liberazione.
Quando vi sia percezione e comprensione dei poteri e delle capacità dei molti strati della mente nascosta, allora si potranno studiare i det­tagli con saggezza e intelligenza. Quel che importa è comprendere la parte nascosta, e non soltanto educare la parte superficiale della mente ad acquistare cognizioni, per necessarie che possano essere. La com­prensione della mente nascosta libera la mente nel suo complesso dal conflitto interiore, e soltanto allora si ha intelligenza.
Dobbiamo risvegliare la piena capacità della parte superficiale della mente che vive nell’attività quotidiana, ed anche capire quella nascosta. Nella comprensione della parte nascosta è la vita completa, nella quale la contraddizione interiore, che è poi l’alternarsi di dolore e felicità, viene a cessare. È essenziale conoscere la parte nascosta della propria mente ed essere consci del suo lavorio; ma è egualmente importante non esserne presi o darle eccessiva importanza. Soltanto quando la mente comprende la parte superficiale e la parte nascosta di se stessa essa può andare oltre i propri limiti e scoprire quello stato di beatitudine che non appartiene al tempo.
J. Krishnamurti